Quanto appiccica il senso di colpa?

Mi sono organizzata in modo da avere 9 giorni per me.

Tagliare fuori tutti gli impegni per avere giornate da vivere liberamente.

Significa non aver già deciso in anticipo nulla. Neanche le cose piacevoli, tipo un pranzo con amici o una gita o cosa leggerò.

L’idea era di scegliere sul momento cosa sentivo e metterlo in atto.

Quindi, come dicevo, mi sono preparata. Non solo non prendendo impegni, ma soprattutto dicendo NO a cose attraenti che andavano decise prima, programmate.

Ho identificato con chiarezza la motivazione che mi muoveva, così da poterla richiamare alla mente ogni volta che avrei tentennato davanti a tentazioni. Ero pronta, mi sentivo pronta. Ed ho cominciato.

Iniziano 9 giorni.

Ed ecco che, mentre gozzoviglio nella libertà di fare ciò che preferisco momento per momento, compare il senso del dovere. Una vocina sottile che sussurra quali lavori sono in sospeso. Al momento di andare a dormire, mi ritrovo a puntare la sveglia nonostante io sia libera da impegni! Me ne accorgo, mi soffermo a riconoscere l’abitudine e non punto la sveglia. Il mattino dopo mi sveglio e guardo l’orologio. “ Sono le 9, mi devo alzare.” Il senso del dovere ha ripreso posto e mi parla con decisione, tanto che mi alzo.

Continua così, ‘sta vocina tanto sottile quanto decisa. Tutto il giorno. Un impegno notevole ci vuole per non fare ciò che dice, per richiamare la motivazione, per essere libera da me stessa. Vivo con questa vocina parlante, quindi. E ogni tanto, la ascolto. Mi ritrovo a pulire casa, mentre vorrei essere sull’amaca a leggere. Allora stoppo e vado a prendere il libro. Ecco, passano due giorni così. La vocina del senso del dovere è più flebile, mi comincio a sentire davvero libera.

Ed è lì, proprio mentre assaporo la sensazione, che arriva. Una voce nuova, leggermente sibilante e molto seduttiva. La voce del senso di colpa.

Si sono passati il testimone? Beh, farò come ho fatto con il senso del dovere.

Beh, no. Proprio no. Non è possibile, non funziona. Il senso di colpa è appiccicoso.

Non viene via facilmente. Come alcune etichette dai barattoli di vetro, sapete? Io ho la fissa di riciclare i barattoli particolari. Perché grandi (così li uso come contenitori) o perché belli (così li uso per le conserve da regalare). Alcune etichette, ho imparato, vanno via solo tirando. Altre richiedono un po’ di ammollo. Altre invece devono essere messe in ammollo e poi grattate e grattate e grattate.

In alcune, anche dopo questo trattamento, rimangono pezzetti quasi trasparenti e piccoli di etichetta o colla.

Ecco, il senso di colpa è un’etichetta del quarto tipo.

Moooolto impegnativo toglierlo. Un lavoro meticoloso. Uff!

Chi avrebbe mai immaginato che fosse questo il mio ostacolo maggiore alla libertà?

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