Ciò che è, ciò che sono.

Ho scritto molti articoli per il blog negli ultimi mesi.

Tutti nella mia mente.

Oggi non più.

Il primo tema di cui voglio scrivere riguarda un cambiamento significativo per me, il passaggio dal diventare all’essere.

Ho sempre vissuto cercando di diventare la versione migliore di me, soprattutto quella che poteva piacere di più agli altri. Ciò che ritenevo errato di me andava nascosto, per cercare di dimostrare che ero altro.

In questi mesi, in cui sono passata di nuovo in un’efficace centrifuga della vita, ho sentito che la mia pace sarebbe arrivata se avessi smesso di lottare con me stessa, negando ciò che non mi piaceva di me. L’insoddisfazione per miei aspetti non ha mai prodotto qualcosa di buono per me. Sempre in movimento per migliorare, vivendo nell’affanno continuo perché non bastava mai. Cercavo di diventare, protesa verso l’esterno dove c’era l’obiettivo da raggiungere. Accogliere ciò che vorrei cambiare di me non significa smettere di migliorarsi o giustificare ogni azione dietro a “sono fatta così”. Anzi.

Significa, per me, riconoscere ciò che è, dargli attenzione e valore. Essere. Solo dopo posso scegliere se modificare qualcosa. In questo modo agisco nella consapevolezza amorevole, non nel fastidio o nella vergogna.

Non sempre è possibile modificare ciò che non ci piace o non ci fa stare bene. Quando è così, il passaggio utile è accettare. Da quella posizione per noi si aprono nuove possibilità: si manifestano ai nostri occhi strade inesplorate dove avventurarsi con il tesoro delle risorse che possediamo già. Che possediamo già, capite, non che dobbiamo conquistare. Una marcia in più.

Sto facendo pratica con questa modalità di vita. Ho già tratto grandi soddisfazioni. Occorre tenere alta l’attenzione, però. La vecchia modalità è sempre in agguato, ha un accesso facilitato alla mia attenzione perché è una strada percorsa da molto tempo, ben lastricata.

Quando mi accorgo che sono ricaduta nel “voler essere, diventare” allora mi fermo e accolgo questa istanza che si è presentata all’attenzione. Riparto da lì, con lei. “C’è questo sforzo in me. Riconosco che mi sta guidando nelle scelte. Appena sarà possibile, proverò a considerare ciò che c’è al di sotto per portarlo alla luce.”

In pratica, ho smesso di voler diventare una brava commerciale per vendere i miei prodotti, ho chiesto aiuto per prendere le misure in casa (se le prendo io sono sempre – sempre- sbagliate), ho riconosciuto la maestrina che c’è in me sempre pronta a venir fuori puntando il dito, ho visto la difficoltà a lasciare andare… e molto altro ancora.

A cosa mi è servito? A conoscere sempre di più come funziono, per non mettermi in situazioni dove non avrei risorse per reggere e finirei di farmi male. Mi serve anche a essere più conciliante verso i limiti altrui.

Guadagno serenità, lascio un po’ dell’ansia di prestazione. Assaggio il potere dell’imperfezione e della fragilità. Un gusto dolce, rilassante: efficace sull’umore come il cacao (ma senza le sue calorie). 😉

 

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